Recensione


STILUOVO
Omaggio agli «Exercices de Style » di Raymond Queneau
Mostra fotografica di Andrea Braschi e Luca Mercatali

In una notte di mezz’estate ebbi un sogno fantastico. Camminavo lungo un maestoso Boulevard – parigino ? – nel bel silenzio delle ore dell’alba – piuttosto strano per una metropoli come Parigi. Passai per una piazzetta – c’era accanto il teatro della “Comédie Française” – ah! allora Parigi! – e attraversai altre strade. Il mio passo era deciso, volevo raggiungere qualcosa. Ma cosa? Più in avanti vidi la facciata di un enorme palazzo grigio con delle grandi arcate… chiaramente il Louvre! Avevo trovato la risposta: qui volevo andare per godermi nel perfetto silenzio le opere d’arte più belle del mondo. Una stretta strada mi condusse sotto le arcate maestose verso una piazza illuminata dal sole sorgente. Ma davanti a me non si aprì la “Cour Carée” del Louvre con la piramide di vetro nel mezzo, bensì…..una bella piazza di una città italiana con piccole case antiche intorno ad un grande palazzo rinascimentale. Mi fermai con stupore. Un rumore ruppe il silenzio: la porta di una casa si aprì e due uomini uscirono. Andavano a braccetto, ridevano, saltavano di qua e di là. Uno era vestito di nero, elegante, con un cappello, ed in mano un bastone che ad uno sguardo più attento si rivelò essere una stecca da biliardo! L’altro, con la barba e i capelli ricci, era vestito da nobile inglese del Chiantishire con gli stivali ed un maglione color verde. Anche lui aveva qualcosa in mano. Silenziosamente mi avvicinai per vedere meglio: era un cavalletto con una macchina fotografica! Ma cosa fanno questi due qui, sono un po’ brilli? In quel momento si girarono ridendo, pieni di una gioia misteriosa, corsero verso di me come ragazzini. Il signore vestito di nero tirava qualcosa fuori dalla sua giacca e insieme mi mostrarono un libro: leggilo, leggilo –
RAYMOND QUENEAU : EXERCICES DE STYLE – leggilo, leggilo !! Poi ciak – erano spariti.
Raymond Queneau, Exercices de Style? Inquieta e preoccupata dalla prospettiva di dimenticare questo nome, mi sono svegliata per cercare se esistesse veramente.
Ed eccoci qua, dall’ irrealtà di un sogno siamo arrivati alla bella realtà della mostra.
Antonio Manta con la sua professionalità di fama segue e sostiene pazientemente i capricci dei – l’avete ben capito – due signori del mio sogno. In verità invece Andrea Braschi e Luca Mercatali svolgono con serietà, responsabilità e dedizione la loro professione, sono medici di famiglia . Ogni tanto però Luca ed Andrea cambiano – io direi per pura sopravvivenza intellettuale – la veste seria, a volte anche pesante del medico con quella fantasiosa e gioiosa dell’ artista fotografo. Diverse volte siamo stati invitati a scoprire con stupore questa loro sensibile ed ingegnosa vena artistica, alla quale non manca – come il sale in un buon piatto – una sana dose di ironia.
Oggi, però, stiamo di fronte ad una cosa straordinaria, frutto delle loro idee caricate da una fantasia assolutamente inconsueta.
Banalmente si potrebbe chiamare questa mostra fotografica
“Non solo scatti”, ma per spiegare il perché del “ non solo”, vorremmo condurvi in un viaggio insolito nell’ infinito mondo della letteratura ed dell’arte, tanto amato da Andrea e Luca. Lettore curioso con un’ ammirabile conoscenza della letteratura anche straniera, questo è Andrea. Luca invece evidenzia un grande amore per la storia dell’arte e le espressioni artistiche. Ed è proprio li che troviamo la chiave esplicativa per questa mostra: i due, colleghi ed amici da una vita hanno saputo felicemente congiungere ed intrecciare le loro passioni, creando insieme un progetto fotografico mai visto e senza paragone.

A questo punto dobbiamo ritornare a Raymond Queneau ed ai suoi “Exercices de Style”. Ovviamente questo libro esiste davvero e molti anni fa un esemplare è finito nelle mani di un giovane medico di guardia, che doveva riempire le ore di attesa con una bella lettura. Si può immaginare le risate di Andrea leggendolo: assolutamente non roba belletristica, narrativa, ma letteratura da definire laboratorio linguistico-intelletuale-ironico-comico-assurdo, un pezzo da mettere in scena. L’autore di questo “laboratorio” è il francese Raymond Queneau, scrittore, pittore, matematico, appassionato giocatore di scacchi e di biliardo, nato nel 1903 a Le Havre e morto all’ età di 73 anni a Parigi. Attratto da giovane dalla lettura dell’ avanguardia, dal dadaismo e dalla psicoanalisi, comincia a studiare filosofia alla Sorbonne di Parigi nel 1922 e presto si muove in circoli intellettuali parigini ed aderisce al gruppo dei surrealisti. Un periodo che ovviamente ha stimolato la scrittura degli “Exercices de Style”, uno dei libri più apprezzati dell’autore.
Il narratore racconta un quotidiano avvenimento e lo trasforma in novantanove modi diversi, ognuno in un diverso stile di narrazione. Furono pubblicati per la prima volta nel 1947 ed aggiornati nel 1969. Umberto Eco ha tradotto il libro nel 1983 per una edizione con testo originale a fronte.
La trama del fatto è banale: verso mezzogiorno, su un affollato autobus parigino, un uomo si lamenta con chi lo spinge di continuo e, appena trovato un posto libero, lo occupa. Il narratore, due ore dopo, lo rivede da un’altra parte con un amico, che gli dice di far mettere un bottone alla scollatura del soprabito.
Più che la trama inesistente sono le novantanove varianti stilistiche ad interessare il lettore. Col divertimento da giocoliere lo scrittore gira e trasforma la lingua e presenta il suo tema banale di continuo sotto una luce diversa. Qual’ è il messaggio di Queneau per inventarsi una tale scrittura? Non è il luogo di discuterne a lungo, ma la cosa più importante è senza dubbio mostrare che non esiste una sola realtà, un’unica verità, ma mille prospettive e modi di esprimersi su un’identica faccenda.
Da questo concetto sono partiti Andrea Braschi e Luca Mercatali per il loro progetto che hanno intitolato STILUOVO – Omaggio agli Exercices de Style di Raymond Queneau. Con cura e precisione, eppure con la leggerezza da equilibristi ci mostrano i loro esercizi di stile: un percorso divertente ed istruttivo nella storia dell’arte dall’ inizio dell’umanità fino alle manifestazioni della action painting, guardando con occhi rispettosi le opere dei grandi maestri pur trasformandole con ironia artistica.
Il posto dell’ episodio banale dell’ autore francese – sempre presente con una frase delle sue variazioni letterarie scritta in ciascuna immagine in una forma tipografica in sintonia col motivo – è preso in questo ciclo di immagini da un oggetto umile: l’uovo. Alimento fra i più semplici, nutriente, base di pasti popolari come la frittata o l’occhio di bue, che chiede comunque il trattamento attento di una mano sensibile. Così l’uovo crudo rappresenta nell’ immaginario collettivo la fragilità delle cose o la sensibilità umana. Il suo guscio estremamente sottile ha però una forma nobile – tutta tonda ma non una sfera regolare, ed un colore che col suo candore suscita l’idea della purezza. Ma l’uovo non è un oggetto morto: è la prima forma di vita dei pulcini della gallina. Per questa ragione l’uovo è diventato il simbolo dell’ origine della vita o del principio in generale.
I punti estremi di questa riflessione li troviamo anche nelle immagini qui presentate: l’uovo in padella che è diventato puro colore in una composizione quasi astratta e l’uovo in un ombra mistica accanto a disegni preistorici di animali – simbolo della nascita del genio artistico nel buio dei tempi.
Tenuto in mano da una ballerina fa temere per la sua fragilità.
Centro di una configurazione minimalistica l’uovo galleggiante fra due strumenti geometrici mette in evidenza la perfezione della sua forma naturale. Alla fine, nelle immagini che parafrasano temi religiosi l’uovo può diventare per la sua purezza un simbolo di Cristo.
In realtà però non si tratta di un’ indagine sull’uovo. Il tema della mostra è invece l’arte o piuttosto la metamorfosi dell’arte: opere e momenti della storia dell’arte riproposte coi mezzi della fotografia digitale. Facendo tesoro delle nuove possibilità la loro fotografia trapassa lo scopo di riprodurre la realtà spingendosi in altre dimensioni.
Esploriamo adesso alcune immagini in un percorso cronologico dei motivi rendendoci conto però che questa sequenza storica non coincide col processo creativo degli autori:
Un mucchio di sabbia su una spiaggia toscana ripreso all’ ora del tramonto diventa il colossale monumento sepolcrale di un faraone nel deserto egiziano, contrastando la sua angolare forma piramidale con quella tonda e soffice dell’ uovo.
Giocano invece coll’analogia le variazioni sul nudo classico avvicinando la forma sferica dell’ uovo alle forme tondeggianti del corpo femminile. In queste immagini i modelli diventano sculture di marmo bianco, come il guscio dell’ uovo – quest’ ultimo diventa oggetto di contemplazione nella mano di Venere prestato dal Canova o simbolo integro della procreazione contrastandolo con lo stato frammentato di un torso artificiale.
L’arte toscana del tardo medioevo è rappresentata da due immagini: l’uovo nel braccio della Madonna “trecentesca” dà al gesto materno una sorprendente intensità.
Il Compianto del Cristo morto è l’unica opera d’arte interamente integrata in un contesto nuovo: in un dittico a fondo nero appare accanto all’ affresco quattrocentesco un testo di Queneau che prende la forma di un’iscrizione. Qui si legge la parola chiave “sacré” sopra un uovo appoggiato sulle mascelle di una pinza che insieme ad un chiodo evoca la deposizione dalla croce. La vicinanza inappropriata di questi arnesi arcaici di ferro e dell’uovo fragile ricorda la sofferenza di Cristo uomo trasportando con la loro presenza fisica il messaggio del quadro antico in un’esperienza immediata.
Il turbante color rosso acceso drappeggiato su un uovo ci conduce nel mondo del realismo fiammingo del quattrocento riproponendo di un ritratto del grande maestro Jan van Eyck solo il suo complicato copricapo, osservato e reso nel dipinto originale con una intensità puntigliosa quasi in competizione con la fisionomia dell’ uomo.
In una tale rassegna certamente non doveva mancare un omaggio ai grandi geni del rinascimento fiorentino – Leonardo e Michelangelo. Sulle orme di Leonardo vediamo riproposto col mezzo fotografico il problema dell’ uomo vitruviano ma prendendo il tentativo di soluzione del teorema enigmatico nel celebre disegno del grande maestro come spunto per ricordare ironicamente che l’uomo pur avendo un’unica origine – l’uovo – esiste sia come maschio che come femmina.
Diventa invece una riflessione sull’ atto della creazione artistica l’esercizio di stile sul famoso affresco nella Cappella Sistina. Bastava l’ombra della mano di Dio Creatore per evocare il capolavoro di Michelangelo. Ma al gesto divino non corrisponde la mano della creatura umana, vediamo invece al posto di Adamo un blocco di marmo bianco abbozzato dal quale sta nascendo la forma levigata di un uovo. Questa figurazione traspone in un’ immagine il concetto michelangiolesco che la figura imprigionata nella pietra viene liberata dallo scultore. Nello stesso tempo l’equiparazione della figura dell’artista col Dio Creatore viene ridimensionata dall’ onda di parole nel mezzo che trasportano la sollecitazione banale di aggiungere un bottone al capotto.
Alla pittura del Seicento i nostri autori si avvicinano in due modi diversi. È una invenzione loro l’opulenta natura morta in stile fiammingo-olandese che riprende i motivi ricorrenti nel genere della Vanitas come il teschio, la candela che si spenge, le bolle di sapone e le rose passite, aggiungendo come un oggetto simbolico in sintonia col messaggio della transitorietà della vita il guscio spezzato di un uovo.
Ci vuole invece una memoria allenata per associare le sette uova davanti ad un muro grezzo con una finestra semiaperta ad un capolavoro di Caravaggio. È il raggio obliquo della luce che rimanda alla Vocazione di San Matteo nella cappella Contarelli della chiesa romana di San Luigi de’Francesi. Solo ora si capisce il senso delle leggere variazioni nella posizione e dimensione delle uova, trattandosi di una estrema astrazione dell’intreccio psicologico espresso nelle figure del maestro rivoluzionario.
Negli ultimi decenni dell’ Ottocento la fotografia è ormai una tecnica universalmente accettata, utilizzata come strumento di studio anche dagli artisti, i quali si sentono liberati dall’obbligo della descrizione realistica. Nasce l’Impressionismo che mira a cogliere la luce e i colori di un momento specifico del giorno e della stagione. Questo scopo artistico viene raggiunto con un lavoro rapido del pennello tanto che i risultati sembravano ai contemporanei solo bozzetti. Oggi la fotografia digitale a colori può competere con la sua istantaneità e precisione con la mano del pittore. Per questa ragione alla variazione sul paesaggio primaverile di Claude Monet non manca niente della freschezza atmosferica del quadro famoso. Il motivo del cesto con le uova arricchisce inoltre la passeggiata nel campo fiorito col pensiero lieto alla festa di pasqua.
Le ballerine di Edgar Degas si contano ormai fra i favoriti del pubblico. Facilmente si dimentica in quale misura l’artista si fece ispirare dalla fotografia nei suoi sguardi solo apparentemente casuali sul palcoscenico e dietro le quinte. Consapevoli di questa convergenza fra fotografia e pittura i nostri autori si limitano a riproporre la messinscena del maestro francese con risultato sorprendente se si considera che questa evocazione della belle époque parigina è stata realizzata nel ambiente modesto di una cittadina del Mugello.
Sarebbe una idea allettante indagare sulle fonti di ispirazione di tutte le immagini qui presentate perché ciascuna fotografia invita alla riflessione su un protagonista ed il suo contributo alla storia dell’arte. Tramite un tale approfondimento ci si renderebbe sempre più consapevole in quanti modi diversi si può percepire lo stesso oggetto. Così il leitmotiv della mostra nella forma di un uovo sodo tagliato ha tutto un altro valore nelle variazioni su Van Gogh e Kandinsky – suggerendo nell’una l’intensità del colore, mentre nell’altra diventa un tassello in un gioco calcolato di objets trouvés.
Se fosse presente il maestro Giorgio Morandi si sarebbe forse rammaricato di essersi lasciato sfuggire il motivo dell’uovo talmente in sintonia con i suoi amati vasi e bottiglie entrando peraltro perfettamente nella tonalità della sua tavolozza.
Invece siamo più scettici sulla reazione dell’artista se immaginiamo l’americano Jackson Pollock vedere il suo furor creativo avvicinato ad un incidente di cucina.
Ma ogni opera delle arti figurative si sottrae infine alla parola sia pure della descrizione più attenta e a maggior ragione alla interpretazione che rimane sempre legata a convenzioni letterarie. In questo senso la nostra introduzione non può essere altro che un invito a fidarsi dei propri occhi e lasciarsi prendere dalla forza visiva delle immagini di Andrea Braschi e Luca Mercatali.

Martina Brunner-Bulst e Wolfger Amadeus Bulst

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